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É situato su di
una collina a
circa 250 m.
s.l.m., quasi al
centro
della
media Valle del Crati, posto a
metà tra la
costa tirrenica
e quella ionica.
Il suo
territorio è di
circa 44,59 kmq,
il centro
abitato visto
dall'alto si
presenta come
una enorme y, la
sua popolazione
è di circa 8.300
abitanti. É
bagnato dal
fiume Esaro che
è ingrossato da
alcuni
affluenti: il
Gronde, il
Rose,
l'Occido, il
Fullone, tutti a
carattere
torrentizio.
L'economia del
paese sino a
qualche decennio
fa era
prevalentemente
agricola e
rafforzata dalle
rimesse dei
numerosi
emigranti che
erano sparsi per
i paesi europei
o nel continente
americano. Da
qualche lustro
sono presenti
nel territorio
piccole
industrie del
settore tessile,
è ben sviluppata
l'edilizia, sono
aumentate le
persone occupate
nel terziario
e
si nota una
ripresa nel
settore agricolo
grazie alla
nascita di
alcune
cooperative ed
al diffondersi
della
meccanizzazione.
Secondo numerosi
scrittori pare
che l'antico
nome fosse
Vergae ( Da Ver
e Gens: gente
che abita in un
borgo
fortificato), di
origine osca,
quella città che
Tito Livio
definisce
"ignobile" per
essersi
schierata contro
i romani. Si
trasformò in Vergianum,
Rubiniamin,
Terra Rugiani,
Rugliano
e infine in
Rogano (terra
dei Rugi). Per
avere la
denominazione
attuale bisogna
risalire fino al
12 marzo 1864,
quando l'allora
sindaco Federico Balsano
(fratello di
Ferdinando
prete,
scrittore,
filosofo e
deputato al
Parlamento
Italiano quando
era capitale
Firenze) volle
onorare la
memoria
dell'illustre
concittadino
Gian Vincenzo
Gravina, famoso
giurista e
letterato, tra i
fondatori
dell'Arcadia,
nella ricorrenza
del secondo
centenario della
nascita,
aggiungendo il
cognome Gravina
al nome Rogiano
(con una sola
g). Quando e
perché Roggiano
prese l'altra g
nessuno riesce a
saperlo con
precisione,
nessuno sa chi
sia il
responsabile,
persona o ente,
di questa
trasformazione e
nessuno sa se
sia ufficiale
anche perché in
molte
comunicazioni
(postali e
ferroviarie) si
continua ad
usare l'antica
denominazione,
di sicuro sino
agli anni
cinquanta si
usava la
vecchia.
Il paese fu
soggetto alla
dominazione dei
Goti, dei
Longobardi, dei
Saraceni, dei
Normanni, degli
Angioini, degli
Aragonesi.
Fu feudo di
Pietro Paolo da
Viterbo, di
Bernardino da
Bisognano, degli
Ametrano, dei
Cavalcanti e dei
Sanseverino
conti della
Saponara. Sino
agli inizi del
1600 Roggiano
aveva una cinta
muraria
costruita, tra
il 1280 ed il
1310, dagli
Angioini che si
appoggiava a due
torri
ellissoidali,
lungo le mura vi
erano quattro
porte d'accesso
al centro
abitato. La
porta principale
era quella
chiamata "arco
del carcere" (un
grande arco in
mezzo a due
torri che è ora
riportato nel
gonfalone del
comune), che con
troppa frettolosità nel
1964 fu demolita
da
un'amministrazione
comunale che non
valutò appieno
la possibilità
di restaurarla.
Oggi resta in
piedi la torre
che è chiamata
"torre
dell'orologio"
perché in epoca
successiva alla
sua costruzione
fu sovrapposta
la parte
terminale con un
orologio
tutt'ora
funzionante.
Nonostante molti
interventi, non
in linea con
l'architettura
medioevale del
centro storico, Roggiano
possiede un
borgo antico
molto bello.
I roggianesi
sono
riconosciuti per
l'ospitalità e
per l'antico
spirito di
libertà e
d'indipendenza
di Vergae che ha
sempre pulsato
nel loro sangue.
Si racconta che
si allearono
addirittura con
Pirro contro i
Romani, per poi
subirne le dure
conseguenze
nella sconfitta.
Nel Risorgimento
aiutò Garibaldi
a combattere per
l'unificazione
politica
dell'Italia.
Nelle due guerre
mondiali mandò
al fronte
parecchi suoi
figli, molti dei
quali non fecero
più ritorno ai
loro affetti.
Il ricercatore
roggianese Francesco
Guzzolino cosi
scrive: "in
contrada Manche
di Mormanno ci
sono resti di un
insediamento
risalente
all'età del rame
o calcolitica.
Resti di villa
romana del
periodo
imperiale,
dotata di
impianti
termali, in zona
Larderia. Sulla
cinta urbana
s’innalza la
torre
ellissoidale, su
cui svetta un
vecchio, ma
ancor
funzionante,
orologio civico.
In via Supporto
esiste una
costruzione
bifora di stile
romanico del
1200. Nelle due
piazze
principali vi
sono due
monumenti
marmorei: quello
di G. V. Gravina
e quello di
Ferdinando
Balsano. La
piazza
principale di un
tempo era piazza
dell'Olmo, in
essa venivano
eseguite le pene
inflitte ai
malviventi. Al
sedicesimo
secolo risalgono
il Santuario
della Madonna
della Strada e
la chiesa di
Sant’Antonio.
Nel vaglio, che
era la residenza
estiva dei San
Severino, vi era
una cappella
privata". Da
queste note
desumiamo
l'antichissima
origine del
nostro paese.
Il sito
archeologico di
Larderia, nel
comune di
Roggiano
Gravina, emerge
sin dal
1973,
anno del primo
ritrovamento, e
man mano che
vengono alla
luce nuovi
reperti, cresce
la sua
importanza.
L’esito degli
scavi condotti
fin dal 1981 ha
messo in luce
imponenti
strutture
murarie
appartenenti
all’impianto
generale di una
villa
caratterizzato
da numerosi
ambienti (terme
ed ipocausti con
plani
pavimentali
rivestiti in
mosaico) per
altro ben
conservati dopo
il notevole
interro rilevato
in tutta l’area
scavata.
Nasce quindi,
nel 1989 l’idea
di un Parco
Archeologico.
La Valle dell’Esaro,
chiamata anche
la “Grande
Valle” è un
interessantissimo
bacino di
frequentazioni.
In località Pauciuri, nel
comune di
Malvito, è
presente
infatti, una
Statio di età
imperiale che
insiste su un
tracciato della
via Popilia, che
passava da
Cosenza,
proseguendo poi
per il tracciato
della odierna SS
19.
In località
Serra dei Testi
di Roggiano
Gravina, poi, la
presenza di una
grande Villa
Rustica, apre a
ventaglio lo
sguardo
sull’altura
della Domus
Patrizia di Larderia – I e
II sec. d. C..
La villa sorge
sulla riva
sinistra del
fiume Occido,
poco a monte
della confluenza
con il fiume
Esaro, sita poco
più in alto
della quota di
massimo invaso
del bacino della
diga sull’Esaro
stesso (140 m
s.l.m.)
I lavori di
scavo sono stati
eseguiti a più
riprese.
L’ultimo
intervento,
portato a
termine nel
dicembre del
1998 ha fatto
assumere alla
zona
un’importanza
storico-architettonica
rilevante,
poiché sono
stati portati
alla luce
reperti,
considerati
dagli studiosi,
tra i più
importanti
dell’epoca
romana.

Il centro
storico del
paese, guardato
dall’alto con la
nostra fantasia,
appare come la
zampa destra di
un grosso
volatile.
La piazza sembra
la pianta della
zampa; le
quattro vie che
partono dalla
piazza, le dita:
Via Gravina, Via
Balsano, Via
Roma e Via
Portello.
Nell’abitato
sono visibili
avanzi
dell’antica
cinta muraria,
con torre
ellissoidale
cordonata,
sormontata da
una costruzione
a pianta
quadrata: è la
Torre
dell’orologio,
simbolo della
nostra città.
Una volta le
torri erano due
e furono
innalzate con le
mura di cinta
dai Normanni,
anche se secondo
alcune fonti, la
torre risale al
periodo
Svevo-Angioino.
Una delle 2
torri e le mura
furono
abbattute, e al
loro posto
sorsero nuovi
fabbricati
perché la
popolazione in
aumento aveva
bisogno di
spazio per nuove
case, e lo trovò
lungo il
tracciato delle
mura.
All’interno
della torre si
accede tramite
una scaletta
esterna di pochi
gradini,e
attraversando
poi una
caratteristica
scala a
chiocciola
interna, si
raggiunge la
parte più alta,
dove si trova
l’orologio.
Partendo dalla
torre, è
storicamente
accertato che le
mura sorgevano
al posto delle
case a destra di
via Gravina ed
erano interrotte
da una porta di
uscita chiamata
dai nostri
antenati “A banna i fora”.
Parte dell’arco
di detta porta
poggiava tra la
casa del Gravina
e il vecchio
Palazzo detto
“delle monache”,
oggi
completamente
trasformato. Al
di là della
porta, poi, le
mura
proseguivano
senza
interruzione
fino all’arco
dei Bruni, nome
dato in tempi
non molto
lontani. Presso
questo arco,
abbiamo appreso
poi, che era
presente un
sotto-passaggio
che comunicava
con il “Vaglio”.
Tuttavia, l’arco
dei Bruni non
era considerato
una porta, in
quanto le porte
generalmente non
si aprivano di
fronte ad un
precipizio, ma
venivano
costruite in
muratura e si
aprivano verso
la comunicazione
con vie esterne,
su terreni
pianeggianti o
poco scoscesi.
Le mura poi,
piegavano a
sinistra per Via
Supporto, in
dialetto “u’ suppuortu”, un
passaggio ad
arco con
costruzioni
sovrastanti. Al
termine della
via, le mura di
notevole
spessore e resti
di merlatura
continuavano,
quasi a voler
difendere la
stessa porta, e
si univano al
massiccio
fabbricato
esistente
all’angolo tra
Via XX Settembre
e Piazza
dell’Olmo. In
questa piazza,
esistono ancora
i ruderi di un
massiccio
fabbricato, le
cui pareti erano
inclinate come
nelle vecchie
fortificazioni.
Nel fabbricato
abitava il ricco
feudatario, e la
storia ci dice
che era
tradizione
recarsi nello
spiazzo
all’ombra
dell’olmo, per
amministrare la
giustizia.
La cinta
muraria,
seguitava poi a
destra di Via XX
Settembre e Via
San Giovanni. Su
questa via si
apriva una
porta, la
seconda per
importanza, ma
il punto preciso
ove essa fosse è
sempre stato un
dilemma
stabilirlo. È
certo che le
mura seguitavano
oltre la
chiesetta di
Costantinopoli
fino a “largo
dei gelsi”.
La certezza è
data da una
conduttura
sotterranea per
il deflusso
delle acque
piovane e di
rifiuti dei
fabbricati
feudali. La
porta aveva
importanza per
l’entrata e
l’uscita da e
per via Calvario
(che allora
ancora non
esisteva). Detta
porta si
biforcava a
destra per
comunicare con i
paesi aldilà del
fiume Esaro a
sinistra per
raggiungere San
Marco.
Continuando il
tracciato delle
mura di cinta si
nota che esse
piegavano
all’inizio di
via Variante
fino alla salita
di piazza San
Paolo. A questo
punto le mura
che si alzavano
dalla valle a
difesa
dell’abitato
feudale
crollarono con
il terremoto e
sulle loro basi
fu innalzato il
muraglione a
sostegno del
“Vaglio” dei
baroni.
Le mura
proseguivano
fino al margine
della Variante.
Si allacciavano
alla base
massiccia su cui
posa la parte
superiore della
casa Battendieri.
Seguitavano
ancora sotto le
case di
Pingitore e d De
Santis per
collegarsi alla
Torre
dell’Orologio
attraverso la
“porta” di via
Portello.
Un’altra porta
interna che si
tralascia è
quella della
“vineddra a
cannuccia”.
Questi cenni
storici sono
stati tratti dal
libro “ Roggiano
a memoria
d’uomo” di Italo Sannuto.
Il santo
protettore della
nostra è San
Francesco di
Paola, la cui
statua lignea è
conservata nella
vecchia chiesa
di Sant'Antonio
e la festa in
suo onore si
svolge nei primi
tre giorni di
dicembre. Questa
festa viene
celebrata in
contemporanea
anche dai nostri
emigrati in
America con
processione e
fuochi
d'artificio.
La devozione al
santo patrono
della Calabria è
di antica data.
Si fa risalire
alle invocazioni
di aiuto
(accolte) che i
roggianesi
rivolsero al
Santo durante i
numerosi
terremoti che
colpirono
Roggiano, che è
situato in una
zona altamente
sismica. Fa a
proposito un
antico
documento,
rivenuto nella
curia Vescovile
di San Marco,
scritto da
Nicola Bova, per
Sua Ecc.za il
Vescovo:
"Veneratissimo
mio … non posso
esprimervi il
pericolo in cui
ci siamo venuti
ieri sera per la
gran scossa di
terremoto. Niuno
del nostro paese
si ricorda
simile
accidente. Ci
portammo subito
in Chiesa e,
grazie a Dio e
al nostro
protettore San
Francesco di
Paola, siamo
vivi. In questa
notte niuno ha
dormito, ma si
son fatte
preghiere,
mediante le
quali siamo nel
numero dei
viventi. Sia
fatta la divina
volontà. Mando a
posta il latore
onde avere del
nostro Ecc. mo
Monsignore buone
notizie, e di
voi e di tutti,
come spero…".
L'arciprete Balsano parla
del terremoto
del 1783 "che
recò tanti guai,
tante famiglie
non trovavano
alloggio e
quindi stavano
nelle baracche".
Più tardi, nel
1908, ci fu un
altro terremoto
(il terremoto
del 1908,
ricordato come
quello di
Messina e Reggio
Calabria) che
provocò molti
danni per Roggiano e
infatti i nostri
nonni raccontano
che per tutto il
mese di novembre
ci fu una lunga
scossa di
terremoto e le
persone erano
molto impaurite.
Verso il 2/3
dicembre ci fu
una scossa molto
potente e la
gente dopo la
scossa portò San
Francesco in
processione, e
nella chiesa
Madre chiesero
al Signore, per
l'intercessione
di San
Francesco, la
cessazione del
terribile
flagello". Cosa
che avvenne e da
allora San
Francesco è
divenuto Patrono
di Roggiano al
posto della
Madonna del
Carmelo che ne
era stata la
Patrona sino ad
allora.
Ecco perché ogni
anno i primi
giorni di
dicembre viene
festeggiato San
Francesco di
Paola.
Nei giorni 1, 2
e 3 dicembre di
ogni anno Roggiano ricorda
i terribili
giorni del
terremoto e
rinnova la
devozione al suo
Santo
protettore.
Questa festa,
con riti
religiosi e
civili, è
certamente
quella più
sentita dalla
comunità. Le
manifestazioni
sono curate da
un comitato
appositamente
costituito. Nei
tre giorni si
celebrano Messe,
veglie di
preghiera,
convegni e la
Processione
della Statua del
Santo per tutte
le vie del
paese. Un
momento molto
significativo è
quando la Statua
viene portata
nel posto dove
vengono sparati
i fuochi
d'artificio in
Suo onore, è
quasi come se
Lui fosse lì con
noi in quel
preciso istante.
Nei tre giorni
di festa la sera
nella piazza
principale si
tengono
manifestazioni
canore e di
divertimento,
naturalmente è
l'ultimo giorno
che arriva
l'artista più
importante e
costoso.
Certamente è
molto bello
passeggiare la
sera per il
corso Umberto
illuminato a
festa e tra le
varie
bancarelle. A
tale proposito
dobbiamo
ricordare che
nei tre giorni
si tiene una
grossa fiera. I
nostri nonni ci
dicono che tanti
anni fa il primo
dicembre era la
giornata
dedicata
all'acquisto o
scambio di
animali ed agli
attrezzi
agricoli.
Durante i tre
giorni di fiera
molti ne
approfittavano
per comprare
vestiti, scarpe,
ombrelli, spezie
che dovevano
servire per le
feste e per la
preparazione del
maiale, e
quant’altro
potesse essere
utile per
l'imminente
arrivo
dell'inverno,considerato
che i negozi
erano pochi e
spostarsi per
fare compere era
difficile. Per i
bambini era
l'occasione per
fare una
scorpacciata di
dolciumi come il
torrone con le
noccioline o i "mustazzuoli".
La Madonna della
Strada si
festeggia a Roggiano Gravina
il martedì dopo
Pasqua, non ha
quindi un giorno
preciso, segue
il cadere della
Pasqua. E’ una
ricorrenza molto
seguita dai roggianesi che
per mantenere
questa
tradizione hanno
rinunciato negli
anni alla
ricorrenza della
pasquetta che si
fa in tutta
Italia. A questa
Madonna è
dedicato un
piccolo
Santuario che si
trova poco fuori
il paese lungo
la nuova strada
provinciale che
collega Roggiano
con Fagnano
Castello e San
Sosti. Pare che
il luogo dove
sorge la
chiesetta,
secondo alcuni,
un tempo doveva
essere una
"stazione" per i
viandanti che
volevano
raggiungere il
mar Tirreno, e
secondo altri
era il luogo
appartenuto ad
una vecchia
comunità
religiosa simile
a quella
stabilitasi
nella vicina San
Sosti. Forse
nasce da ciò il
considerare la
Madonna della
Strada e la
Madonna del
Pettoruto due
sorelle. La
nostra Madonna
viene invocata a
protettrice
degli utenti
della strada,
motorizzati e
non, e di tutti
coloro che per
la strada
lavorano. La
Statua della
Madonna, situata
su un'auto, il
lunedì di Pasqua
con una
processione di
moto e auto dal
suo Santuario
viene portata in
processione
davanti alla
chiesa di
Sant’Antonio
dove si procede
alla benedizione
degli automezzi
e dei pedoni e
poi accompagnata
alla Chiesa
Madre dove resta
sino al mattino
successivo. Il
martedì con una
nuova
processione
viene
riaccompagnata
nella sua dimora
e per tutto il
giorno i
roggianesi vi si
recano a
pregare. Per
molti è
l'occasione per
trascorrere una
giornata
all'aria aperta,
ci si porta da
mangiare i dolci
pasquali e le
"frittate" con
gli asparagi
selvatici (‘u
pascunu). I
ragazzi ne
approfittano per
giocare all'aria
aperta nello
spiazzo
antistante la
Chiesa.
La cucina
roggianese si
richiama a
quella che oggi
viene inquadrata
nell'area della
cosiddetta dieta
mediterranea, è
molto semplice e
genuina. La gran
parte dei piatti
sono preparati
con prodotti
tipici locali ed
in alcune
famiglie c’è la
bella tradizione
di preparare
anche la pasta
in casa, senza
l'aiuto di
macchinette ma
con la sola
forza delle
mani. Molto
rinomati sono i
maccarruni (i
fusilli col buco), le
lagane
(tagliatelle) e
gli gnocchi.
Peccato che
quasi nessuno
faccia più il
pane in casa
cotto nel forno
a legna perché
era buonissimo
ed era bello
sentirne il
profumo passando
per le vineddre
(vie strette)
del paese. La
cucina locale è
sostanzialmente
legata ai
prodotti
stagionali,
anche se si
incomincia ad
avvertire
l'influenza
della grande
produzione e già
si usano alcune
prodotti
ortofrutticoli
coltivati in
serre. Così, in
estate sono
molti i piatti
legati all'orto
grazie anche
alla buona
produzione di
peperoni,
melanzane,
zucchine,
pomodori,verdure,
fave, piselli,
fagioli e
fagiolini. E’ il
trionfo delle
insalate, della
pasta con il
pomodoro fresco,
dei minestroni
di verdure e
delle polpette
di melanzane.
Durante l'estate
le nostre mamme
continuano la
tradizione di
prepararsi le
conserve
invernali
(pomodori in
salsa o pelati,
peperoni secchi,
melanzane
sott’olio o
sottaceto,zucchine,ecc.) In inverno
abbondano i
piatti con i
legumi secchi
conservati,
specialmente
ceci e fagioli,
o con peperoni e
zucchini secchi
("siccatieddri").
Nella stagione
fredda aumenta
il consumo di
carne di maiale,
ancora si
mantiene la
tradizione di
prepararsi i
salumi in casa
(salsiccia,
soppressata,
capicolli e
prosciutto), ma
anche perché nel
sugo per condire
"maccarruni" è
molto buona
specie se mista
con altre. Non
manca dalle
tavole dei
roggianesi in
inverno il
baccalà fritto o
con il pomodoro.
Naturalmente in
cucina questi
cibi vengono
preparati usando
l'olio ricavato
dalla tipica
uliva "la roggianella",
molita nei
frantoi locali e
su cui noi
ragazzi della
scuola
elementare
abbiamo
realizzato una
bella attività :
"la rotondella". Non manca
dalle tavole dei
roggianesi il
buon vino dei
vigneti delle
nostre colline.
Una deficienza
della nostra
cucina è lo
scarso consumo
di pesce, forse
paghiamo la
lontananza dal
mare. Durante le
feste più
importanti nelle
famiglie si
preparano dei
dolci tipici: a
Natale i "
turdiddri" (
fatti con
olio,farina e
vino), le "cassateddre"
(una sfoglia
ripiena di
mostarda o
marmellata fatte
in casa e da
poco anche di
cioccolata), i "
vissinieddri"
(pasta lievitata
e fritta e
ricoperta di
zucchero per i
bambini o con
una acciuga
dentro per gli
adulti). Qualche
giorno prima di
Natale, per la
festa di Santa
Lucia si usa
preparare la "cuccìa",
grano condito
con noci e
miele. I dolci
pasquali sono i
"tortani" ed i
"ninni" (fatti
con farina,
zucchero ed uova
) che in gran
parte vengono
consumati il
martedì
successivo alla
Pasqua nel
giorno in cui si
venera la
"Madonna della
Strada". Una
tradizione che
ancora in molti
mantengono è
quella di
preparare ed
offrire "i panicieddri" nei
giorni di
Sant’Antonio (13
giugno) e San
Giuseppe (19
marzo) che
sarebbero dei
piccoli pani
benedetti in
Chiesa durante
la Messa del
mattino. |